Filosofia del Terzo Millennio

Ars longa vita brevis. Dubito che questa frase sia presa alla lettera nel modo di concepire l’esistenza oggi, ma certamente in maniera inconscia, se non incosciente, ci si comporta nel pieno rispetto della seconda parte: la vita è breve.
Gli antichi avevano capito che il modo migliore di rimanere nella storia era attraverso l’arte. Ed è grazie a questo principio che ancora oggi possiamo ammirare e godere della bellezza di capolavori artistici di alto pregio e valore.
Quello che accade oggi è una totale trascuratezza dell’arte al punto che se si vuole trovare qualcosa paragonabile all’arte del passato bisogna tornate all’ultimo secolo del secondo millennio. Oggi l’arte è una perfetta sconosciuta e relegata, come attività dell’uomo, fra quelle di minor valore ed interesse. Tutt’al più possiamo trovare ottimi artigiani e restauratori dedicati al mantenimento del già fatto, ma nulla appare sullo scenario artistico che sia degno di perpetuarsi nei secoli a segno dell’intelletto creativo umano.

Da dove scaturisce tutto ciò e che ci porta ad una situazione di sottocultura generalizzata, risiede certamente nella seconda parte della frase. In qualche modo, la sensazione che la vita è breve ci spinge a sfruttare il breve lasso di tempo che ci è concesso in vita compiendo tutta una serie di attività, ben lungi da avere qualche attinenza all’arte, volte a fruire di ogni bene, distrarci dai pensieri e fare della vita una sorta di avventura, un viaggio vacanziero. Quello che ci resta alla fine è la sensazione di aver vissuto una qualche esperienza che poi ci consenta di poter dire: io esisto!

A confortare questa attitudine e spingerci verso questo insano comportamento c’è il consumismo. L’usa e getta risponde appieno alle attuali esigenze dell’umanità con il risvolto negativo che alla fine anche la vita stessa diventa qualcosa che si usa e si getta, senza riuscire a darle quel più alto significato che meriterebbe, trascurandone la sacralità.
Questo che religiosamente viene definito un dono che ci viene fatto, diventa quasi un peso di cui non sappiamo cosa fare. Nella completa incapacità di gestire una vita, ci abbandoniamo a grame esistenze zeppe di futilità, di grossolani errori, di inutili facezie nel pieno rispetto del principio che è alla base del consumismo.
Ogni nostra azione diventa così, al pari di un qualsiasi prodotto che troviamo sugli scaffali dei supermercati. Si celebra una festa e si pensa già a come organizzare la successiva senza godersi quella in atto. Così come si inizia a bere una bottiglia di succo di frutta e si pensa già di comperare una bottiglia di vino. Si torna da una vacanza e si ha già voglia di ripartire perché due vacanze al costo di una sono come le offerte speciali tre al prezzo di due. Si carezza il proprio barboncino e nel frattempo si pensa che un maltese gli farebbe ottima compagnia, per poi abbandonare entrambi in un canile appena ne abbiamo abbastanza. Si fanno figli e non si sa educarli, spesso abbandonati in auto sotto al sole mentre corriamo in ufficio da ritardatari. Si usano i rapporti affettivi e si gettano via quando non si riesce più a gestirli o a sopportarli.

Insomma non c’è nulla nelle attività quotidiane che abbia un benché minimo di significato e ogni valore si perde nella consumistica ideologia dell’immediata sostituzione con qualcos’altro. Siamo affascinati dalle novità che ci vengono propinate pur non capendone il valore e allo stesso tempo siamo insoddisfatti di ciò che si ha, di materiale o di affettivo, perché non riusciamo a capirne il senso, il significato.
Tutto diventa fruibile all’istante e un istante dopo già non conta più nulla.
Un abbraccio dura quel breve lasso di tempo e poi viene dimenticato così come una birra si gode per l’attimo in viene bevuta e poi si getta la lattina. Un attimo dopo il nulla. Resta il vuoto assoluto perché né la birra né l’abbraccio hanno lasciato un segno, non hanno un valore, e peggio, entrambi sono subito sostituibili con qualcos’altro.
Del resto ogni cosa che attira la nostra attenzione, ormai deviata e condizionata, è facilmente reperibile sul mercato. Non ci si deve sforzare più di tanto. Se prima si doveva lottare ogni giorno per potere ottenere qualche risultato, oggi basta una carta di credito e si ha tutto ciò che si desidera. E se non abbiamo idee chiare su cosa desideriamo ci viene suggerito in mille modi dalla pubblicità.

Talvolta si è così condizionati che di tanto in tanto si vedono apparire delle pseudo-ideologie nel vano tentativo di ritrovare la forza di ridare valore a qualcosa. Allora ecco che spuntano razzismi atti a difendere i propri diritti e i propri territori, conflitti religiosi perché il mio dio è più dio del tuo, femminismi, perché la parità dei sessi trascende le differenze fisio-biologiche.
Ma che desolazione e quanto sconforto si prova quando poi si scopre che questi tentativi nascondono una totale mancanza di valori reali, e quanto invece delineino un totale smarrimento e inconsapevolezza di ciò che realmente si sta vivendo.

Ecco! Queste voci che si sollevano in cori rauchi e disorientati, sono il sintomo tangibile di quanta disperazione alberga negli animi tumefatti dell’umanità di oggi. Si grida forte per riuscire a farsi sentire, ma ancor di più si grida forte per riuscire a sentire se stessi. Si grida forte perché inconsapevolmente ci si rende conto di essere nulla, di avere una vita breve, di non riuscire a lasciare un segno, di vivere una mera esistenza senza valore, di non avere scopi oltre quello di andare al supermercato o in vacanza. Si grida forte con la voce roca tutta la rabbia di impotenza difronte ad un meccanismo vincolante e oppressivo, che si vorrebbe sovvertire ma non si ha né la forza né la volontà di farlo.

Il consumismo impone il nuovo stile di vita e in maniera subdolamente tragica ne fa una nuova filosofia, un nuovo modo di pensare che alla fine si risolve nel “non pensare”.
Nessuna preoccupazione deve avere l’utente perché la soluzione, o meglio le infinite soluzioni, vengono proposte dal mercato prima ancora che si abbia un problema, un bisogno o un desiderio.
Hai la tua bella macchinina acquistata con qualche sacrificio da un paio di anni e in un attimo ti ritrovi con un rottame che va immediatamente sostituito perché “vecchio”. Infatti manca delle ultime tecnologie di ultima generazione che sono imperdibili e ora offerte ad un prezzo eccezionale.
È già tutto previsto e predisposto affinché l’utente possa scegliere, prima o poi, una della tante opportunità di acquisto che vengono messe sul mercato. Non si deve pensare, si deve solo acquistare. Non si deve pensare, si deve solo agire in conformità alle leggi del consumismo.

Di tanto in tanto spuntano statistiche e indagini di mercato che indicano il tasso di sottocultura o di crescita dell’analfabetismo con dati terrificanti.
L’ignoranza dilagante non è altro che il risultato inevitabile del nuovo stile di vita che si è assunto negli ultimi decenni. E non è un caso che accada tutto ciò perché se il consumismo da un lato spinge verso il non pensare, le menti che non sono abituate a pensare sono anche quelle più facilmente assoggettabili e condizionabili, dal consumismo stesso e dai poteri forti che attraverso politiche mirate impongono nuovi obiettivi e nuovi scenari.

Ora qualcuno si chiederà che cosa centra la filosofia con questa lunga descrizione della società attuale che poco ha di filosofico.
La parola filosofia di origine greca è composta da filo (amore-interesse) e sofia (sapienza-conoscenza) quindi amore per il sapere.
Se non ci si appassiona alla filosofia si rinuncia alla parte più bella della vita e più importante di ogni esistenza: la scoperta del sapere. Il sapere è prerogativa dei sapienti e i sapienti sono in genere assimilati ai saggi, coloro che hanno la capacità di valutare nel modo migliore ogni situazione a seconda del suo contesto. Il sapere è alla base dell’esistenza perché è l’unico strumento per sopravvivere degnamente in modo umano. Se ci si lascia sopraffare da un sistema che induce al non pensare, si rinuncia nel contempo alla scoperta del sapere. Ecco perché la filosofia assume un ruolo determinante nell’esistenza umana, ed è per tale motivo che si può affermare che ogni epoca è segnato da una sua particolare filosofia.
Ogni periodo storico è caratterizzato da una sorta di conoscenza globale, di un sapere comune che identifica il livello di sapienza a cui si è giunti. Il sapere quindi dovrebbe essere un crescendo di nozioni, uno sviluppo costante del pensiero e una più facile via verso l’approccio alla consapevolezza. Il non pensiero, a cui ci si sottopone seguendo ovinamente le regole del consumismo, porta ad una disaffezione verso l’esercizio della riflessione e inevitabilmente, verso la disumana ignoranza.

25-05-2018

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