La Società

Ci sono due o tre elementi che identificano il periodo storico di una società. Sono elementi che caratterizzano in maniera indelebile un determinato periodo e che rimangono impressi nei ricordi di chi li ha vissuti ma soprattutto restano scritti negli annali a futura memoria.

Questi elementi sono la Moda, la Musica e la Politica e da essi si dovrebbe trarre insegnamento per capire ciò che avviene nel periodo attuale.

Con uno sguardo al passato e rivendendo magari vecchie foto dagli album di famiglia si può notare come a fine del ‘800 la moda maschile prevedeva abiti scuri con giacca, pantalone e l’immancabile gilet per riporre l’orologio da taschino, oltre a cappello bastone baffi e un buon sigaro toscano. Per le signore invece abiti lunghi scuri e scialli sempre di colore scuro.

Era il periodo in cui imperavano le opere liriche di Verdi, Puccini, Bellini che avevano sostituito la musica classica di fine ‘700 e inizio ‘800 di Mozart, Beethoven, Listz.

A quel tempo, prima della Belle Époque, l’Italia era ancora un regno e si apprestava a diventare una nazione unita grazie all’opera di Garibaldi, Mazzini, il re Vittorio Emanuele.  Una politica che cercava una unificazione nazionale per distaccarsi dall’oppressione austriaca. La convivenza con il potere della chiesa non fu sempre facile e i conflitti mondiali a livello europeo offuscarono i problemi interni.

Fu dopo la fine della seconda guerra che si poté notare un accenno di cambiamento. Gli abiti da uomo consistevano ancora in un vestito a giacca, questa volta più sobrio ma pur sempre elegante, con camicia e cravatta; via barbe, baffi, cappelli e bastone da passeggio. Le signore invece potevano finalmente permettersi gonne larghe plissettate con motivi floreali e anche occhiali da sole oltre a tailleur, vestiti aderenti e perfino ampie scollature. E perché no… tre gocce di profumo!

Un accenno di emancipazione tutta occidentale ebbe un ulteriore impulso con la musica americana con il Jazz, lo Swing e il Rock & Roll, che stava portando un carico di nuova energia per cancellare gli orrori bellici. In Italia invece si sentiva ancora vivo il bisogno di una musica popolare che ebbe la sua consacrazione nel 1951 con il primo festival di Sanremo. Claudio Villa, Mina, Orietta Berti, Modugno, Gigliola Cinguetti e altri grossi nomi ormai storici segnarono quel periodo che attraversò tutti gli anni ’50 e buona parte del decennio seguente.

Dal 1946 l’Italia si era ormai finalmente definita un paese democratico con la sua nuova Costituzione repubblicana e in parlamento si affollavano meno di venti diversi partiti. Però solo la DC rimase salda al potere per quasi mezzo secolo.

Il benessere ormai si stava pian piano diffondendo e anche i costumi si stavano modificando. Vestiti a giacca e cravatta erano ormai relegati solo in ambienti ufficiali e neanche più negli uffici i semplici impiegati vestivano in modo rigoroso. Le ragazze cominciarono a indossare minigonne e pantaloni, cose impensabili solo fino a pochi anni prima e si divertivano a ballare nelle discoteche con jeans e magliette, così come i loro coetanei maschi che indossavano scarpe da ginnastica Superga. Impazzivano per la musica dei Beatles e dei Rolling Stones ma non disdegnavano la nascente musica psichedelica e quel Rock di protesta più potente e trasgressivo.

La musica di quel tempo si affiancava a un cambiamento radicale della società che stava sovvertendo i vecchi schemi con nuove forme di politica. I moti del ’68 e gli anni di piombo degli anni ’70 furono la svolta che vide il paese assumere i contorni di quello che poi sarebbe accaduto con il nuovo millennio. Nel frattempo la politica si stava evolvendo e in nome della pluralità democratica, in parlamento sedevano poco meno di 200 partiti grandi e piccoli presentatisi alle elezioni del 2001. Nell’ultimo ventennio poi le capacità di fare politica di gran parte degli attuali politici che pretendono di guidare il paese si sono ridotte al minimo essenziale se non al superfluo. Senza contare che ai pusillanimi personaggi che da anni scorrazzano per il palazzo senza alcun merito, si stanno via via affiancando le giovani leve, che essendo delle nullità nella vita reale si sono dedicate alla politica nella speranza di valere qualcosa, con l’effetto avverso di dimostrare invece tutta la loro incapacità imbastita di supponenza e arroganza.

Con questo marasma politico è difficile immaginare che possa esserci una moda composta ed elegante e le sfilate hanno visto, e tuttora vedono, modelle indossare abiti a dir poco circensi per via della loro stravaganza che si fa fatica a definire moda e al cui paragone il leggendario J.P. Gautier appare un novellino. Non di meno tutto ciò si riflette sul vestire della gente comune che indossa abiti così mal combinati da sembrare recuperati da scarti di magazzino. Per non parlare dei più giovani che si ricoprono di quel che capita senza considerare la taglia con l’effetto che appaiono come spaventa passeri con jeans strappati e maglie oltre misura che pendono da ogni parte.

Così è pure per la loro musica che si è trascinata con il Punk per qualche tempo e poi si è fusa con il Rap e ha partorito un PopPunk per causa di una nostalgica reminiscenza di quel melodico italico di cui ormai restano solo fossili irrecuperabili. Achille Lauro, Alessia, Elodie, Arisa, Mahmood e qualche altro ne sono i più popolari esponenti.

Se questo è quello che simboleggia l’attuale periodo storico, la parola che meglio si addice è: degrado; della moda, musicale e politico.

Laddove invece la storia sembra si sia fermata, troviamo comunità e stati che appaiono come sospesi nel tempo. Nulla di mutato, nessun cambiamento e caparbio mantenimento di costumi e abitudini sociali tradizionali.

In quei paesi come Iran, Afganistan, Yemen e altri la moda, così come viene intesa in occidente, non esiste o almeno non esiste più dopo brevi periodi di un tentativo di occidentalizzazione poi considerato blasfemo dai nuovi governi. Lì gli uomini vestono tutti uguali con lunghe casacche dalla parvenza di lunghe camiciole su larghe brache tutto del colore del lino vagamente beige e per copricapo dei foulard arrotolati a mo’ di turbanti, con sandali di bassa fattura, talvolta di cuoio e più spesso in plastica. Alle donne è obbligatoriamente concesso di vestire con chador di colore chiaro salvo qualche paese in cui invece è rigorosamente richiesto di colore nero e completa copertura del corpo, volto compreso.

Una situazione simile la si ritrova presso le comunità degli ebrei ortodossi con i loro abiti neri composti da una lunga giacca simile a un soprabito o cappotto, con camicia bianca, cappello nero a larghe falde e simpatici riccioli che scendono ai lati delle orecchie come fossero incolti basettoni, mentre il resto della testa è ben rasato. Anche qui le donne vestono con abiti lunghi e coperte il più possibile anche se non come avviene con il chador.

Presso gli Amish la moda è rimasta quella in uso nell’800 così come pure le loro abitudini di vita quotidiana. Niente auto, né TV o altre comodità tipiche del resto del mondo ma solo carretti trainati da cavalli, aratri e candelabri.

In questi paesi o comunità l’elemento musicale non è visto come espressione creativa e significativa dell’animo umano. Ecco perché nelle loro tradizioni ci sono solo canti e balli molto basilari se non addirittura tribali, negati alle donne, ed eseguiti solo in particolari occasioni.

Allo stesso modo l’aspetto politico risente delle stesse restrizioni e tendenzialmente la struttura governativa non ha alcun ché di democratico. Non si tratta di vere e proprie dittature ma certamente sono forme di forte autocrazia imposta prevalentemente da concetti e principi di carattere religioso. Per tale ragione il regime politico non è finalizzato al benessere della popolazione ma solo al rispetto delle rispettive credenze religiose.

27-11-2025

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